No allo streaming. Ecco perché.

Con l’emergenza Covid-19 molte comunità religiose, parrocchie e santuari si sono attivati a trasmettere in streaming la S. Messa e altre occasioni di preghiera e di riflessione e, più in generale, di comunicazione con i fedeli rimasti tagliati fuori, agli arresti domiciliari per più di due mesi.

Piuttosto che niente messa, meglio una S. Messa in streaming – lo hanno pensato tutti, e lo hanno detto in molti. E lo streaming delle SS. Messe continua in parte anche ora.
L'offerta televisiva è spesso qualitativamente migliore rispetto alle SS. Messe dal vivo: chiese più grandiose, spesso basiliche, cori professionali, predicatori di eccezione, ... E così per non pochi cattolici, vuoi per pigrizia, vuoi perché comunque con 50 pollici di schermo TV ci si vede e ci si sente meglio che in una qualunque navata di chiesa, ecco che allora "preferisco stare a casa", "prego meglio dal divano", "sai, ho messo due candele accanto al monitor e alla consacrazione mi inginocchio davanti", "ho un pezzo di pane sul mio tavolino e alla comunione mi comunico spiritualmente", eccetera eccetera. Bene, così si demolisce la messa cattolica, quella vera.
Se è indubbio che 50 anni di rito riformato della S. Messa, quella introdotta da Paolo VI nel 1970, hanno favorito una spettacolarizzazione della liturgia, e ben più del presunto "trionfalismo" preconciliare, è però anche un problema che si pone, mettiamo, riguardo alla S. Messa in rito tradizionale. È un problema inerente al mezzo, ai media che vengono utilizzati per trasmettere la S. Messa, sia Novus che Vetus Ordo.
Lo hanno magnificamente spiegato già negli anni '50 del secolo scorso due pensatori indipendenti: Don Johann Mesner in Germania e Marshall McLuhan in Canada. Il primo, sacerdote filosofo e teologo; il secondo, sociologo e filosofo. Entrambi cattolici, entrambi alle prese con la prima dematerializzazione dei riti cattolici: le prime messe televisive degli anni '50-'60 appunto. Sia Mesner che McLuhan segnalano da due punti di vista differenti come il mezzo usato – in questo caso la TV – spersonalizzi l'evento, lo renda immateriale e nella percezione di chi vi assiste trasformi il fedele da partecipante a spettatore, da credente a utente (televisivo). E la stessa celebrazione ne esce trasformata in entertainment anzichè essere ciò che deve essere: evento sacro. Ma ogni evento sacro richiede una presenza fisica, come anche richiede un'azione sacrale fisica e materiale. Come anche il Corpo mistico di Cristo – la Chiesa – è una realtà sacra spirituale ma anche materiale.
Se ne deduce allora che ogni virtualizzazione e trasposizione televisiva, mediatica, streaming della S. Messa e dei sacri riti in genere, non favorisce un'esperienza cattolica della fede e dell'azione liturgica, ma la danneggia, la rende immateriale, gnostica, McLuhan direbbe: "anticristica".
Proprio perché i nostri tempi ci richiedono un impegno di testimonianza cristiana forte, coraggioso e concreto, dobbiamo opporci, a partire da queste riflessioni sopra esposte e con delle scelte coerenti, ad ogni  forma di vita cristiana e liturgica virtuale, digitalizzata, in streaming.

Proprio il lockdown ci ha mostrato che o si va in chiesa, o non si può essere veramente cattolici. Pregare in bagno lo lasciamo fare a Fiorello. Noi chiudiamo lo streaming e apriamo le chiese.
Poi, in chiesa ci verrà chi davvero ci crede. 

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